+ THE WICKED GAME - BOOK II +
A story inspired by the Harry Potter books of JK Rowling 
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CAP. 11: EVENT HORIZON [*] [L'orizzonte degli eventi]

« So what can I do, with cheap honesty,
you're giving me more than I can see,
but I'm to cool to say, that I want it all my way,
get blasted by this sincerity...» 
Skunk Anansie, "Cheap Honesty"

«Why don't you weep
When I hurt you?
Why don't you weep
When I cut you?
You don't bleed
And the anger builds up inside…
You said a prayer
And I betrayed you with a kiss
I never realized that all
Had come to this…»
Skunk Anansie, "Brazen [Weep]"


Nera e profonda e colma di silenzio. La notte perfetta in cui tutti dormono, al riparo dei propri sogni, ignari di tutto…
Dormite, bambini, dormite. Scordatevi del giorno, della vita reale, di tutto. Questa notte non vi appartiene. 
Chiudete gli occhi e scivolate dolcemente nel sonno, senza dare ascolto al rumore di passi che infrange la quiete dei corridoi e delle sale. Lasciate che la mente vaghi nei recessi dell'inconscio, libera dalle catene del corpo… per stanotte siete salvi. 
Quel che deve succedere non è per voi.

Non è vostra la mano che afferra la maniglia di quella porta, e la gira, senza trovare alcuna resistenza. E non siete voi, riflessi nel vetro di quella finestra, pallidi e immobili come l'immagine di un ricordo. 
Il ragazzo dai capelli biondi si girò verso l'altro, e sul suo volto non c'era nessuna sorpresa. Lo guardò mentre si avvicinava, il viso perfettamente serio, fissandolo negli occhi.
"Ho qualcosa da dirti." lo sentì mormorare, con voce tranquilla. 

Martin lo squadrò con arroganza. "Immaginavo che saresti venuto da me, prima o poi." disse, freddo. "Quello che non mi aspettavo è che avresti trovato veramente il coraggio per farlo… e mi dispiace per te, ma ho come l'impressione di sapere perfettamente cosa stai per chiedermi…"
Malcom sollevò gli angoli della bocca in uno stiracchiato sorriso.
"Non c'è bisogno di dirti anche cosa sono stato mandato a controllare, non è vero? Ah, giusto," rise, sedendosi sulla sponda del letto, in un angolo della stanza, "che sciocco. Me l'hai già fatto capire… ma del resto non hai fatto altro che darmi ragione. Se non avessi nulla da nascondere non te ne saresti nemmeno accorto… oppure sei così paranoico da vivere prendendo in considerazione tutte le possibilità che ti si parano davanti?" chiese.
Il ragazzo non rispose. Malcolm poteva vedere il riflesso dell'altro galleggiare sul vetro della finestra, immerso nel buio della notte. Così evanescente da mischiarsi a quell'ombra, come se fossero una cosa sola. 

"Fino a che punto…" iniziò Martin, lentamente, "…fino a che punto le tue azioni sono controllate dal Ministero? Fino a che punto ti stanno manovrando?"
Nessuna risposta. 
"Fino a che punto la tua curiosità e la loro combaciano alla perfezione?" 

Malcolm non smise di sorridere, per nulla turbato da quella domanda. Che strano senso di deja vù… qualsiasi altra frase, in bocca a Martin sarebbe sembrata fuori luogo, ma quella… era impeccabile. Si adattava in maniera assoluta alla situazione… del resto era quel genere di compassata cattiveria che sembrava riuscirgli così naturale. 

"E allora, dimmi… " iniziò, senza staccare lo sguardo da quel viso così distante, "sei un traditore, Martin? Sei diventato uno di loro? Sei un-"
"Mangiamorte?" disse l'Auror, senza scomporsi. "E' questo quello che vogliono sapere?" Sospirò, mentre il suo sguardo s'alzava a incontrare quello dell'altro. Occhi negli occhi. "Hanno paura di me, vero? Dopo tutto quello che ho fatto…" mormorò, scuotendo la testa, "Troppo diligente, per i loro gusti, troppo bravo… ma nell'ultimo periodo la mia media è calata…" concluse, secco. Si fermò un attimo, aspettando una reazione che non venne. Malcolm lo fissava senza batter ciglio. 
"Ne ho uccisi così pochi che ora si domandano se non ci sia qualcosa sotto…" proseguì allora, calmo, come un bravo attore che continua il suo monologo anche se il pubblico non ha riso ad una singola battuta. 
"Aspetta… hanno paura di me perché… non possono controllarmi?" domandò, mentre un sorriso freddo gli compariva sul volto. "Mph. Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo… che alla fine l'avrebbero ammesso…" concluse, iniziando a ridere di gusto, come se quelle parole non avessero alcun valore.
Malcolm continuava a fissarlo in silenzio, senza rivelare la minima emozione. "Rispondi alla mia domanda, signor Auror" disse. 
E Martin smise di ridere. Gli lanciò un'occhiata divertita, una di quelle che era solito elargire solo a lui, senza smettere di sorridere. Alzò una mano verso la gola, dove riposava la spilla d'oro. "Lo sai cosa dice questa, vero? Ma ciò che rappresenta per me… questo non lo puoi sapere. Questa è la mia promessa. E' il vincolo che mi lega a loro. Io ho giurato di vivere rispettando queste parole…" mormorò, rigirando la spilla tra le dita, lo sguardo perso nel vuoto. "Quo Fas et Gloria ducunt… lo sai cosa significa? Che la mia vita è stata messa al servizio della giustizia. Giustizia, e gloria… per il Ministero non sono affatto dei concetti astratti. Sono armi."
Martin rialzò lo sguardo, e ora c'era solo odio sul suo volto. "In nome di Giustizia e Gloria si sono impegnati a cancellare la minaccia di Voldemort dal mondo… ma non si sono accorti che stavano agendo proprio come coloro che cercavano di eliminare…" sibilò, mellifluo. "Uccidere in nome della Giustizia è molto pratico, non trovi?"

Si alzò in piedi, portando l'altra mano verso la gola. "Si può fare di tutto, e continueranno ad ammirarti… anche se ammazzi a sangue freddo un altro essere umano." Con un lieve movimento, sganciò la spilla, appoggiandola sul ripiano accanto alla finestra. "Ci hai mai pensato, Malcolm? Ti sei mai chiesto chi scrive la storia del mondo?" continuò, sganciando i bottoni dell'uniforme, uno dopo l'altro, per poi gettarla a terra con un gesto di stizza. 
"Bene o male… non esistono. Si vince o si perde, e questo è tutto. E per vincere ogni mezzo e lecito…" mormorò, sfilandosi la maglia nera e rimanendo a petto nudo. "Ora" continuò, in tono discorsivo, "volevi sapere se ho un certo marchio tatuato sulla pelle? Perfetto. Ma non credo che sia quello che ti aspettavi." concluse, fissandolo negli occhi, perfettamente serio.
Oh, Malcolm ne aveva già avuto un assaggio. Ma quello che vedeva adesso era cento volte più orribile di quanto aveva potuto immaginare. Le cicatrici… strisciavano sul petto di Martin come serpenti, una dopo l'altra, senza quasi interruzione. E si snodavano sulle braccia, fino ai polsi, come un arabesco agghiacciante. 
"Guarda pure" disse, porgendogli il braccio sinistro. "Non credo che ci troverai il Marchio Nero dei seguaci di Voldemort. In compenso hai visto quello dei Nobili Cavalieri del Ministero… non è una cosa che si vede spesso. Dovresti essermi grato…" concluse, con una smorfia sarcastica.
Rimase lì, immobile, con il braccio proteso nel vuoto, ad un passo dall'altro. 

Ma non ricevette risposta, né buona né cattiva. Il volto di Malcolm continuava ad essere perfettamente serio e tranquillo mentre fissava quello spettacolo. Compassato come un professore universitario… o come chi ha appena scoperto che quel che aveva immaginato si avvicinava di molto alla realtà dei fatti. O viceversa.
"E perché non le hai cancellate?" domandò quindi, con voce falsamente gentile.
"A volte fa bene tenere a mente certe cose."
"Di essere stati… feriti?" disse, lentamente.
Martin lo fissò negli occhi un attimo, prima di rispondere. 
"Di essere stati stupidi."

E a quel punto Malcolm sorrise, come se avesse appena sentito una battuta estremamente divertente. 
"Oh-oh" disse. "Oh-oh... " 
Per un lunghissimo secondo nessuno si mosse. Poi, lentamente, Martin abbassò il braccio sinistro fino a riportarlo al fianco, mentre qualcosa di sgradevolmente simile alla sorpresa gli lampeggiava negli occhi, così freddi e distanti fino ad un attimo prima. A dispetto di quel che poteva sembrare, la situazione cominciava già ad essere spiacevolmente al di là di ogni suo possibile controllo… e sembrava che Malcolm lo sapesse perfettamente. 

"Come mi dispiace…" disse Malcolm, continuando a sorridere. "Che tu ti sia sentito stupido, caro il mio Auror…" 
Se gli sguardi potessero uccidere, Malcolm sarebbe morto, all'istante. L'espressione di puro disgusto con cui lo stava fissando Martin sarebbe stata da sola un'arma sufficiente. Ma così non era, e quindi il ragazzo continuò tranquillamente a parlare, mentre si alzava in piedi, fissando colui che un tempo aveva chiamato amico direttamente negli occhi. "Povero, povero Martin… dev'essere stata una sensazione terribile con cui confrontarsi, vero? Essere costretti a sentirsi… stupidi… quando si è perfettamente consci del contrario…" continuò, girandogli intorno come se volesse giocare. La sua voce risuonava senza sforzo nella stanza, chiara e decisa come non lo era mai stata. Sarcastica, anche. 
"Povero il mio Auror… così tanto coraggio non è servito a nulla…"
Martin aprì la bocca per ribattere, ma le parole non volevano uscire. "Smettila." disse, alla fine, controllando a stento la rabbia. 
Naturalmente, quel misero tentativo non sortì alcun effetto, se non quello di far sorridere Malcolm ancora di più.
"Oh, ma non mi dire… ti da fastidio, forse? Essere chiamato stupido da una misera creatura come me? Trovi che sia un'offesa così grande?" mormorò, fermandoglisi davanti, a braccia incrociate. "Hmph." rise, esibendo un sorrisetto pieno d'indulgenza.
Il braccio di Martin scattò, afferrando il ragazzo per la gola. "Non ho intenzione di ripetermi." sibilò, stringendo la presa. Malcolm non oppose nessuna resistenza. La sua espressione si incupì un poco, ma quel sorriso non se ne voleva andare. "Che… stupido." disse, fissandolo negli occhi.
"Non cercare di fare il furbo con me, Malcolm. La tua curiosità dovrebbe essere stata ampiamente soddisfatta… la tua e quella di chi ti comanda. E' tutto quello che posso concederti" sibilò, mentre il pugno gli tremava per la rabbia, livido. Doveva fargli male, quella presa. Doveva. Ma Malcolm non cambiava espressione. "Non tollererò una parola di più, ci siamo capiti?" mormorò, appena udibile. 
"Oh… davvero?" sussurrò Malcolm, sommessamente. "E cos'hai intenzione di farmi, se dovessi continuare? Proverai a… baciarmi, come l'altra volta?" Quel sorrisetto arrogante continuava a lampeggiargli sul volto…
"Credo che ti farò molto più male." sibilò Martin, senza mollare la presa. 
"Oh, certo. Sei un campione in questo… ferire la gente. Ma è il tuo lavoro, vero? Sei un bravo Auror, dopotutto… un ottimo Au-"
Ouch! Il pugno lo aveva colpito in pieno viso, scaraventandolo a terra. 

Non si rialzò. Ma la sua voce, seppur velata dal dolore, proseguì nell'accusa… implacabile…
"Immagino che sia uno dei… metodi che insegnano alla scuola degli Auror, questo, eh? Vedo che la voglia di uccidere non ti è passata… o forse… ti da solo fastidio sentire la verità? …Hmph." e Malcolm rise, di nuovo, come se si stesse divertendo un mondo. La sua risata echeggiò nella stanza, ed era un suono spaventoso… la risata di un pazzo.

Martin continuava a fissarlo, incapace di parlare, mentre qualcosa sul suo volto iniziava a incrinarsi. "Tu non puoi sapere… non puoi sapere… NON TI PERMETTO DI PARLARMI COSI'!" urlò, fremendo di rabbia. 
Malcolm rialzò lentamente la testa. Un rivolo di sangue gli era sceso dal naso, lungo le labbra, fino al mento. "E poi sarei io… sarei io quello che non è cresciuto…"
"TI HO DETTO DI SMETTERLA!" urlò, afferrandolo per la camicia e rialzandolo in piedi, come se fosse una bambola. "COME TI PERMETTI? COSA NE SAI TU, DI QUELLO CHE HO DOVUTO PASSARE IO?" ansimò Martin. "Cosa ne sai del dolore e dell'angoscia, e della morte? HAI MAI PROVATO COSA SIGNIFICA ESSERE A UN PASSO DALLA MORTE? LO SAI? ALLORA?" continuò, scrollandogli le spalle con forza. Malcolm lo guardava con compassione. E questo per Martin era davvero troppo. 

"Ti sei dimenticato…" mormorò. 
Martin lo fissava, tremando di rabbia. Era a un passo dal limite. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di farlo smettere… anche… ucciderlo.

"…di me" disse.
Il suo volto tradiva un'enorme, profonda tristezza. "Hai dimenticato tutto…"

…l'immagine in quello specchio… per un attimo… il suo viso era identico a questo… 
La voce di Malcolm era indefinibile. Un misto di dolore, odio e amarezza, così diverso dall'espressione sarcastica di un attimo prima. Lentamente, molto lentamente, alzò una mano e l'appoggiò contro quella di Martin, che ancora gli afferrava una spalla. 
"Sei davvero stupido, Martin. Molto più di quel che pensi." mormorò, aumentando la presa. La mano scivolò giù, ma Malcolm non smise di stringerla. "Essere ad un passo dalla morte ti deve aver fatto male… forse sarebbe stato meglio se tu fossi morto del tutto. Un sacco di lavoro risparmiato… per il Ministero, per Voldemort… per me."
Ad ogni parola, la stretta si faceva più forte, mentre il ragazzo sospingeva l'Auror indietro, scostandolo da sé. 
"Avevi ragione, sai? Quello che è passato è passato, e non rimane più nulla. Credevo… che avrei rivisto il Martin di una volta, ma…" sbuffò. "Che ingenuo. Mi sbagliavo, ovviamente. Tu sei un perfetto estraneo, per me. Io non ti conosco."
Martin lo fissava senza parlare. Occhi distanti, che scintillavano freddi, in silenzio.
"E quindi per te non provo nulla. Né amicizia, né compassione… né…" si fermò, mentre un'ombra gli passava veloce sul volto. "…nulla." concluse, fissando il pavimento, con sguardo distante.
Rimase in silenzio per un attimo, prima di parlare. La sua voce risuonò molto fredda ed impersonale, mentre pronunciava quelle parole.
"T'informo che il Ministero ha intenzione di… trasferirti ad Azkaban, in quanto... traditore."

"E' così, allora." 
Martin si voltò, lentamente.
Fece qualche passo verso la finestra, la raggiunse, si chinò a raccogliere l'uniforme e si rivestì, in silenzio. 

"Avevi pienamente ragione, signor Carroll. Dovevo assicurarmi che tu… fossi o meno un traditore… e l'ho fatto. Da questo momento sei sotto l'autorità di Dumbledore, in quanto direttore di Hogwarts e tuo diretto superiore, e… mia. Non puoi lasciare Hogwarts, e verrai al più presto condotto al Tribunale Superiore, dove la tua condanna verrà ufficializzata."
Martin non rispose. Fissava un punto al di là del vetro, in silenzio… o forse il viso che si rifletteva nel vetro della finestra, dietro alle sue spalle. 

Mi hai tradito… mi hai tradito e meriti di…

"Questo è quanto avevo da dirti." disse Malcolm, quietamente. Ma rimase a fissare la figura che gli stava davanti, incorniciata dall'oscurità della notte. 
Una parola. Una sola parola avrebbe potuto far cambiare tutto. 

Martin appoggiò la fronte sulla superficie fredda del vetro, chiudendo gli occhi. 

"Cosa stai aspettando?" mormorò, in tono sarcastico. "Che mi volti e ti dica che… ho sbagliato? Che rinneghi tutto quello in cui ho sempre creduto? Che rinneghi… me stesso?"

La voce arrivò attutita, come se provenisse da una grande distanza.
"Hai già rinnegato te stesso." disse. 

Hmph. "Perché ho tradito la tua fiducia, vero? Perché ho tradito te… e Charlie… e tutto quello che esisteva cinque anni fa? Perché niente è più rimasto com'era dopo che Snape… dopo che…"
Martin colpì con forza la parete a lato della finestra, facendola tintinnare. 

…c'era un corpo, disteso a terra, quella mattina. Anzi… due. E anche se nessuno ne ha mai parlato, tranne lui… anche se tutti si sono affrettati a dimenticare, io…

"…io li ho visti, Mac. Li ho visti, e li ho uccisi, ed erano esattamente uguali a me. A ME, capisci? La differenza stava… nelle idee. In ciò per cui combattevano… e li ho uccisi! Pensavo che sarebbe stato… un bene? Che avrei fatto la cosa giusta, ma… chi decide cosa è giusto e cosa no?" un altro pugno colpì la parete. 
"Il ministero? Voldemort? O… io?"

"…"

"E come potrei adesso rinnegare tutto? Per non finire ad Azkaban? E tu pensi che me ne importi qualcosa?? QUALCOSA??" Un pugno, ed un altro, ancora, e ancora… 
Martin ansimava. Le spalle tremavano, nello sforzo di non lasciarsi andare… Non un'altra volta… non davanti a lui… 

…l'immagine di quello specchio maledetto… peggio del sangue, e del dolore, e della morte… continua a perseguitarmi… a perseguitarmi…

"Come potrei guardarvi in faccia, poi? Facendo finta che sia tutto a posto… che non conti più nulla? Continuare ad uccidere per conto di Fudge, di Dumbledore, di tutta la comunintà dei maghi… continuare ad uccidere dalla parte dei buoni, ovviamente, vero? Ma io sono stanco… stanco!"
Martin si girò, il viso sconvolto dal dolore. E, stranamente...
…era un viso molto simile a quello che aveva ammirato all'interno dello specchio, così tanto tempo prima… il viso del Martin di una volta.

"IO NON VOGLIO PIU' UCCIDERE, LO CAPISCI?" gli gridò contro, pallido di rabbia. "e se per poterlo ottenere c'è bisogno che… mi mandino ad Azkaban, mi va benissimo… " aggiunse, con voce gelida.

Malcolm continuava a fissarlo, in silenzio. Quante volte si erano scambiate le parti, quella notte? Quante cose erano state dette, e quante rimanevano ancora da dire? 
…e quante si potevano ancora dire, trascinandole a forza fuori dagli abissi della coscienza?

"E adesso vattene. Esci da questa stanza e dalla mia vita! ORA!" gridò Martin, e Malcolm si mosse. Un passo, e poi un altro, mentre alzava un braccio e si avvicinava sempre di più a quella figura scura appoggiata alla finestra… 
In confronto a tutto quello che aveva dovuto subire lui, quel pugno nello stomaco non era nulla, davvero. Martin si limitò ad incassare il colpo, senza proferire parola.
"E questa è la risposta." disse Malcolm, in tono discorsivo. Poi reclinò la testa sulla spalla dell'amico, chiudendo gli occhi. Il viso era nascosto dai capelli, ma c'era da scommettere che stesse sorridendo.

"Bentornato a casa, stupido."

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[*] Orizzonte degli Eventi: Un buco nero è un corpo celeste dotato di un campo gravitazionale talmente intenso da trattenere anche la radiazione elettromagnetica. Il corpo è circondato da un confine ideale sferico, detto "orizzonte degli eventi", attraverso il quale la luce può entrare ma non uscire; da ciò deriva il nome. Secondo la relatività generale, in prossimità di un buco nero la forza gravitazionale altera in maniera sensibile lo spazio-tempo. In particolare, il tempo rallenta man mano che ci si avvicina, dall'esterno, all'orizzonte degli eventi, e si ferma completamente sull'orizzonte stesso. 

«La relatività generale predice anche che le stelle di grande massa, quando avranno esaurito il loro combustibile nucleare, collasseranno su se stesse. Le ricerche compiute da Penrose e da me mostravano che queste stelle avrebbero continuato a collassare fino a raggiungere una singolarità di densità infinita. Questa singolarità sarebbe stata una fine del tempo, almeno per la stella e per tutto ciò che si trovasse su di essa. Il campo gravitazionale della singolarità sarebbe cosi intenso che la luce non riuscirebbe a sfuggire dalla regione circostante, ma sarebbe trascinata indietro dal campo gravitazionale. La regione da cui nulla può sfuggire viene chiamata buco nero e il suo confine è l'orizzonte degli eventi.
Qualunque cosa, o chiunque, dovesse superare l'orizzonte degli eventi e cadere in un buco nero, verrebbe a trovarsi alla fine del tempo nella singolarità.»
Stephen Hawkins, “Black holesand baby universe and other essays”

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